Un manifesto per l’innovazione 1


L’Italia da troppi anni sta danzando sull’orlo del precipizio.

Il suo sistema produttivo e sociale su troppi versanti appare in ritardo, nonostante subisca pressioni sempre più forti per cambiare, soprattutto nel confronto con la dimensione internazionale.

Gli strumenti che abbiamo a disposizione dalle tecnologie hanno sconvolto non solo la nostra vita quotidiana ma anche la nostra percezione delle distanze, del tempo di lavoro, della vita lavorativa. Come l’invenzione della ruota ha “imposto” la nascita del commercio, così la nascita della Rete ha “imposto” la nascita dell’economia della conoscenza:  l’economia di Rete.

Per entrare nell’economia della conoscenza è tuttavia necessario un cambio di paradigma. Non bastano aggiustamenti congiunturali, soluzioni parziali o interventi straordinari. Occorre intervenire progressivamente su tutto il sistema.
Cambiare paradigma è possibile se tutta la società è coinvolta in prima persona.

Ancora oggi si producono, troppo spesso, servizi e beni innovativi con le categorie del vecchio fordismo. Se vediamo le imprese italiane, notiamo che la logica ancora dominante è quella fondata sul basso costo del lavoro, sulle condizioni di precarietà dei lavoratori, sulla bassa qualità, sull’assenza di investimento nelle persone, su una gestione del personale più vicina al “padrone delle ferriere” che al sogno del “Campus delle idee” californiano.

Se poi volgiamo l’attenzione alla capacità dell’Italia di competere a livello internazionale, ci accorgiamo che la nostra economia è fondata principalmente su prodotti tradizionali  i quali difficilmente divengono prodotti di eccellenza, unici, in grado di uscire fuori dalla logica concorrenziale del “basso costo, elevata qualità.

La nuova stagione di riforme parte necessariamente da una “innovazione culturale”, che stimoli la capacità di accogliere il nuovo, in grado di vincere le paure e aprirsi alle diversità, dove venga premiato il “rischio dell’esploratore”, l’innovazione tecnologica, di processo e la curiosità, in grado di cogliere il meglio della tradizione e fare tesoro della propria storia. Una innovazione culturale che sappia valorizzare, accanto alle migliori tradizioni storiche, ai mestieri, al turismo, la propensione all’innovazione tecnologica e alla scoperta scientifica, l’imprenditorialità e l’ingegno professionale che hanno contribuito a fare grande questo Paese. E’ necessaria una innovazione culturale che superi la tradizionale dicotomia tipica di questi ultimi anni tra scoperte scientifiche e tecnologia da una parte e la tradizione umanistica dall’altra.

Innovazione culturale anche nell’approccio alla questione ambientale la cui gravità è sotto l’occhio di tutti. L’economia della conoscenza supera la tradizionale dicotomia tra lavoro fordista e inquinamento ambientale creando le condizioni, con l’aiuto della tecnologia, di poter fermare lo scempio del nostro pianeta sostenendo lo sviluppo sociale ed economico. In questo senso proprio gli investimenti in conoscenza aprono enormi possibilità di crescita sociale ed economica in una modalità compatibile e sostenibile con le risorse del nostro pianeta. Il fulcro dell’economia si sposta dalle risorse quantitative a quelle qualitative e il contributo di conoscenza nei prodotti e nei servizi, quando è governato dagli interessi generali, offre l’opportunità di uno sviluppo proiettato sul futuro e non nell’immediato presente..

Per fare questo è anche necessario che si promuovano politiche culturali coerenti con la necessità di spingere una società, che oggi guarda prevalentemente al suo passato ad investire sul proprio futuro Serve creare un ambiente fertile alla produzione di conoscenza moderna ed innovativa, ripensando l’idea stessa di politiche culturali che non è più sufficiente limitare all’insieme di attività e servizi offerti al tempo libero dei cittadini. Più che di politiche culturali c’è bisogno di politiche per la cultura e la creatività, che investano sulla società, sulle persone e le organizzazioni, ne liberino le energie, impegnino le istituzioni nel difficile compito di integrare sistemi, mettendo in relazione attività, individui e organizzazioni per facilitare i processi di innovazione.

Proprio per questo motivo la nascita della Rete o di strumenti che utilizzano tale piattaforma, ha imposto una sfida sul luogo di lavoro, che sempre più difficilmente rimane fisso e sempre più mobile.

Una forza lavoro articolata, “una classe creativa”, composta da coloro che impiegano l’intelligenza e la conoscenza per risolvere problemi complessi e che acquisisca il senso della propria funzione sociale e sviluppi la relativa capacità di leadership e negoziazione.

Ma un cambiamento nei contenuti e nell’organizzazione del lavoro è richiesto a tutti, perché in tutti i settori e a tutti i livelli il benessere sarà sempre più legato alla conoscenza che si impiega per ottenerlo.

Per questo occorre costruire una forza lavoro che sia forte grazie alla propria qualità, che sia tutelata da un nuovo ed articolato sistema di diritti e che non abbia paura della flessibilità ( che per noi non è sinonimo di precarietà ) riconoscendola come una ulteriore opportunità di conoscere ed ampliare le proprie competenze. Occorre costruire la consapevolezza nella società che la flessibilità non è il sinonimo di precarietà e che la crescita passa per il giusto compenso del lavoro. E’ necessario che sia valorizzata l’esperienza dei lavoratori che spesso in questi anni sono messi fuori anticipatamente dal ciclo produttivo per essere rimpiazzati da giovani “meno costosi” con il risultato di depauperare un patrimonio di conoscenze ed esperienze.

E’ necessario ripensare anche il ruolo del top management, troppo spesso spinto solo da logiche a breve termine senza la capacità di costruire strategie e visioni in grado di guidare le imprese e le amministrazioni. Top management sempre più spesso selezionato in base ad appartenenze e non a capacità, che non paga per i propri errori quando li commette.

Un ruolo fondamentale lo ricopre il merito, come strumento di promozione sociale ed uguaglianza di opportunità. Il merito inteso come opportunità di promozione e non di selezione sociale. Parliamo di merito e non di meritocrazia perché quest’ultima per noi significa misurare talenti e persone diverse tagliando le diversità e le eccezioni,  mentre la società della conoscenza vuole che proprio le diversità e i talenti fuori dal comune siano i pilastri da dove partire.

Oggi, la società ha bisogno di persone profondamente etiche, che abbiamo passione vera per quello che fanno e che abbiano la competenza, la volontà e la capacità di misurarsi con nuove sfide; persone creative e geniali che la meritocrazia rischia di eliminarle. Il merito si esplica con la coltivazione dei migliori talenti (costruendo le condizioni uguali di partenza) e delle persone serie che sanno impegnarsi di più e con migliori risultati a cui debbano essere proposti spazi idonei per  misurarsi con le sfide.

L’ICT è uno dei motori principali di questo grande mutamento già in atto, svolgendo la stessa funzione che ha avuto l’energia nell’economia fordista.

E’ necessaria dunque, una grande attenzione su questo settore poiché è la cartina di tornasole sul cambiamento sociale. L’Italia ha enormi potenzialità in questo senso, esportiamo cervelli in tutto il mondo (non dimentichiamoci che l’inventore del microprocessore è italiano).

Il settore ICT deve prendere atto della necessità di competere sui mercati internazionali. Deve tornare a premiare la qualità delle risorse e delle competenze, investire in soluzioni innovative sviluppando la capacità di integrare e, sulla base di questo, proporre anche all’estero ciò che di meglio ha realizzato anche avviando collaborazioni con partner internazionali
E’ necessaria imprimere una forte accelerazione, attraverso gli strumenti del governo locale e regionale, fondata su una forte integrazione delle politiche di ciascun territorio, nel contesto di una guida nazionale dello sviluppo che pone al centro la produzione e riproduzione di conoscenza.

Governare una società del genere richiede consensi decisamente maggiori rispetto al passato; richiede una comunicazione continua, ampia e densa di significato; richiede leadership politiche capaci di interpretare la realtà, di controllare costantemente gli effetti delle decisioni prese e di costruire legami, rapporti di cooperazione e forme di partenariato; richiede nuove forme di rappresentanza, più solide e più concrete nei contenuti.

Ma soprattutto, una democrazia che intenda investire sul proprio futuro ha bisogno di motivare a facilitare la partecipazione attiva dei cittadini alla formazione delle decisioni politiche e di governo.

Occorrerà farlo guardando all’Europa e ai territori. All’Europa, perché solo a quel livello è possibile affrontare le grandi scelte necessarie a colmare il ritardo sulle frontiere più avanzate della ricerca e dello sviluppo tecnologico; ai territori, perché la diversità e la ricchezza culturale del nostro Paese sono la marcia in più a nostra disposizione per affrontare le sfide dell’ economia e della società della conoscenza.
Per farcela occorre allargare i recinti, non restringerli. Semplificare la politica, non complicarla. Alleggerire i vincoli identitari, perché le persone possano trovare nuovi spazi di protagonismo, a partire dalla loro esperienza di lavoro e di vita.

Questo documento è un primo contributo alla costruzione di un soggetto che sappia imboccare questa strada.

Sarà importante non solo che sia sottoscritto dai tanti che lo condividono – iscritti o non iscritti ai partiti – ma soprattutto, è necessario che sappia suscitare critiche, miglioramenti, proposte.

Che sia stimolo, anche critico se serve, per il Partito Democratico e le forze riformiste, orientandone le priorità programmatiche.


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